SANTI, Sì

Di Marco Vallora
Adesso che esco da uno spettacolo di Pippo Delbono, mosso affrontarlo meglio, questo gigante-fattucchiero, che mi passa accanto, mi sfioria lentamente il volto dello sguardo, e non riesco ad arrestarlo né ad attrarre la sua attenzione, come in un sogno da tipica scolastica freudiana. L’atmosfera è già tutta arroventata, la nube del cielo indistricabilmente arruffata di nodi. Affrontarlo? No, per carità -e nemmeno descriverlo, che sarebbe superfluo, come a blandirlo. Lasciamolo passare indenne, come un sonnambulo sconvolto della pittura. Passa, sì, macigno felpato, la bocca schiusa in un sibilo di morte, e non si cura di noi. Attraversa la notte del quadro, quasi avesse una candela negli occhi più che nelle mani sfiorate da un salmo, ed una papalina di parrucca posticcia in capo, ma l’atmosfera da opera buffa si dirada presto, nel russare del sonno. S’inquieta, s’increspa, s’affanna. Non è solo la mano ad avanzare, arcigna, rostro addentante, morsa funerea. E’ proprio lei, la funesta generatrice a creare e sincopare tutta la scena, a generare l’attesa inquieta ed inventare il personaggio stesso vampiresco, appendendolo nel cielo di quest’inferno domestico. Tramato di tappezzerie insanguinate e di minimi vermicelli in forma di ghirigoro sillabato, d’avvelenato, argenteo bacio perugina, in una scrittura cifrata e sepolta, che tesse nell’aria il furente, arroventato tessuto frusciante di questa vestaglietta da Nosferatu, che incede da sola, come imburrata di appretto. Kimono da teatro privato, perpetuamente sporto sulla soglia dell’assassinio perfetto, distratto, verdastro di enfia bile elettrica ed eternamente, circolarmente rimandato. Inutile chiedersi in quale mai letto andrà ad infilarsi questo felino, percussivo passo di danza repressa, perché lo scatto bloccato, fulminato, funziona proprio come tenaglia, per afferrare e storcere l’attesa d’una soluzione più banale, rotonda, romanzesca. La morte non si conchiude mai.

Jean Clair, L’inverno della cultura. “Baudelaire ammetteva che il culto delle immagini era sempre stato ‘la sua grande, unica, primitiva passione’. Non parlava della cultura delle immagini, parlava proprio di culto. Il culto da lui votato a Rubens, Goya o Delacroix, che non è un’adorazione dell’uomo in quanto uomo, un’autocelebrazione, un’antropolatria, che di secolo in secolo si fa indubbiamente più ributtante, ma è il tentativo di presentire, nell’opera creata dalla mano dell’uomo, un infinito non circoscrivibile in un’immagine, alla stessa stregua dell’ortodosso che, attraverso l’icona e la sua venerazione, vuole rendere grazia alla divinità. (…) Kirillov, nei Demoni di Dostoevskij, dirà: ‘Sono Dio, mio malgrado’. E Antonin Artaud, nel 1947: ‘Non perdonerò a nessuno/ di aver potuto esser insozzato da vivo/ per tutta la mia esistenza/ e ciò/ unicamente a causa del fatto/ che ero io/ a essere dio/ veramente dio’. Ma Baudelaire rimane un uomo di compassione, cui il Superuomo è estraneo (…) dice anche, a proposito dell’arte, che è piena di ‘ardenti singhiozzi’ e che lui non concepisce ‘un tipo di Bellezza in cui non ci sia dell’Infelicità’. Tutte cose che oggi ci sono diventate quasi incomprensibili.

Diciamocelo infatti confidenzialmente, ed un poco vergognosi, se oggi gettiamo lì, nel nostro parlare, la parola ‘santi’: “i santi”, “ai santi” “per i santi”, non è che onestamente pensiamo automaticamente a un qualsiasi San Sebastiano piagato o a un San Francesco ben stimmatizzato. Semmai il riflesso condizionato ci porta subito a visualizzare luoghi esotici, viaggi low cost e temperature alterne e alternative, già indossando subito gli scarponi ai piedi o a snaftalinizzare cassetti intieri di parei, insomma, il bla bla caffettiero: ‘e tu che cosa fai ai Santi?’ ‘no, io parto ai Morti’, ‘molto meglio fare la settimana bianca ai Santi, non trovi, invece che a Natale, meno gente…’, ecc. Eccoli i nostri Santi, in questo mondo scoronato e desacralizzato, ove è la metafora, a vincere: il traslato. E chi si ricorda mai che abbiamo avuto dei Santi veri, autorevoli, severi, tranne il complice Gennaro partenopeo, che come un puntuale e redditizio Gettone Liturgico, osserva rigorosamente i suoi appuntamenti pubblicitari, le attese mediatiche, sciogliendosi a comando, come un gelato reli-acquario (e così abbiamo partecipato anche noi, a questa scoronazione inevitabile del Sacro. Vilipeso del resto dagli stessi coatti meccanicismi della Chiesa). Tra l’altro se di santi ancora si parla, oggi, e se ne parla molto, sopitamente, ed in via acceleratissima, sono quasi sempre dei santi ultimi, veloci, “subito”, non stratificati nel tempo, dissepolti da letti immemorabili di torture e martiri, piviali e cilici, scrostati da secoli d’oblio, macché: santi visibili e plasticati, quasi mediatici, come il Papa Buono, radiofonico e democratico, “date una carezza ai vostri figli”, od il fulmineo Papa Luciani, morto di sospetti, mentre scriveva ligio al “Carissimo Pinocchio”, oppure il flash invasivo dell’operaio-alpinista polacco, dal sorriso schietto e l’audience televisiva perennemente alle costole (una recente mostra fotografica ha documentato la simpatia comunicativa del suo sorriso, pur collaborando allarmemente a questa idea d’un Sacro ribaltato, abbassato, aggirato, tra cappelloni western, passi di samba collettivi e raduni oceanici-pop: il Sacro confuso, identificato nel Divo di tutti). E si veda anche il caso del contestato Padre Pio, che, ripulito dalla fresca ‘nomina’, innocentante come un bianchetto ecumenico, ha improvvisamente clonato di sé ogni chiesa, come per miracolo, invadendole ovunque di reliquie silenti, difficilmente sostenibili e di affrettati monumentini in simil-bronzo almeno pacchiano, sotto-tono, per non dir altro, preoccupante declassamento del gusto ecclesiale, che avrà pur un suo significato (con l’Artista che lorda la capitalica piazza della stazione, con un bozzetto mal pantografato e pretende più attenzione e scuse dalle gerarchie, e l’altro che vilipendia ed assale il proprio stesso Crocefisso, che gli pare dimenticato, ed assetato di Pubblicità. Che strazio, altro che martirio!).

Questo per transitare, invece, con animo sgombro, ai Santi laici e perentori, davvero monumentali ed a possente decibel luminoso e numinoso, della coppia Bergamo -Pizzigoni (detta così, pare la sigla accalappiante d’una corsa campestre) ma invece no, nulla di questo, perché il risultato di quel duello d’espressività in dialogo che abbiamo ora sott’occhio, è quanto mai incisivo e visivamente battagliero, non festivo-feriale. Davide Pizzigoni, pittore-architetto, e Fabrizio Bergamo, ritrattista che abitualmente preferisce fotografare i volti delle cose, e non dei viventi smorfiosi, entrano in dialogo creativo e propongono, in comunanza, una curiosa miscela-apparato di sguardo sdoppiato, shakerato ed emulsionato su tela, dedicato all’eroismo quotidiano di piccoli-grandi resistenti, alla consueta, consunta deriva della nostra odiosa vita odierna (o, se non altro, all’impatto dell’obiettivo. Nella duplice accezione del termine. Obiettivo fotografico ed obiettivo espressivo).

Sì, certo, ormai siamo quasi assuefatti alla sofferenza per dei comuni dolori, di morti amiche imprevedibili o di sconquassi familiari, senza preavviso, ma poi non è vero, perché? non ci si assuefa mai, e nel rumore convulso d’un mondo, che non vuole ascoltare il ‘disturbo’ della morte, il tema della sofferenza secondo noi non può essere evaso, da chi ha l’ambizione di occuparsi di arte, o addirittura di farla, di un’arte che non vuole essere mercantile, o furba o solo glamour”, ed appunto si assesta su questa base corposa e densa del dolore che sostiene l’impianto dell’immagine. Tutti, in fondo, viviamo i nostri dolori e quelli degli altri in modo interiore, più o meno pudico, ma è anche importante leggerlo nobilmente riflesso nella sofferenza, di chi sa soffrire senza lamenti, senza cerimonie sociali, con saggezza silenziosa, antica, e dunque a maggior ragione con una forza dirompente ed esplosiva, che queste tele paiono proprio volerci comunicate. “Di lì, in effetti, si è come perfezionata l’idea dei Santi, santi laici e moderni, nostri, martiri tra di noi, quotidiani. La capacità di resistere, d’incassare, di saper tacere, pur senza vero silenzio o rinuncia”. Ed eccoli qui, infatti, issati su di un modesto palcoscenico familiare, ferito d’acidi colori artificiali ed elettrici, da catacomba beat, ma paradossalmente veri, autentici, a recitare sinceri e come ammutoliti la propria litania di vana protesta. Eroi quotidiani, potremmo chiamarli, dunque? Questo per lo meno è quanto traspare dalla petrosità scontrosa di questi volti affrontati, forti, scolpiti nelle rughe, ma non mai monumentali, trionfalistici: tutto fuorché propagandistici, come manifesti della sociètà dello spettacolo. No, non impositivi o pompier, ma come compressi, masticati, soggiogati dalla propria forza insospettata (ricamata appunto di rughe e di vissuto. “Non abbiamo scelto bambini, è vero, ma perché in fondo i bambini non hanno storia. Come fanno ad essere dei santi martiri senza un minimo di consapevolezza? Solo la tradizione cristiana li può usare, in senso strumentale, salvifico”). “Forse sì, i nostri Santi hanno una loro forma d’eroismo, ma nel non farsi corrompere, nell’aver tutti sopportato situazioni spesso pesanti, ma esserne usciti puliti, mazziati ma non sconfitti, potremmo dire, questo è importantissimo e forse dovrà prima o poi affiorare. E dovremo pur sempre ricordare la frase di Brecht: ‘Beato quel paese che non ha necessità di eroi’?” Non ce l’hanno scritto addosso, dunque, quel loro eroismo, anzi, sembrano volersene liberare, quasi scrollando il peso dalle spalle, lo zaino della responsabilità e dei riflettori voraci, com’è evidente nella figura della giovane donna giapponese, che pare ad un tempo ricevere l’offesa delle frecce ed insieme rimbalzarle violentemente, restituendole una a una a chi l’offende. “Sia chiaro, non stiamo distribuendo certificati di buona condotta, e l’aspetto biografico, salvo quello che s’è appena detto, non è poi così rilevante per noi. Anzi, quello che ci interessava e che ci ha spronato, è proprio la possibilità di toccare e capire il concetto inconsueto di santi, oggi, nei volti della nostra quotidianità”. “Non siamo mica Gesù” ripetono insistentemente -per significare forse che non s’arrogano il diritto di dare dei voti (semmai danno dei ‘volti’), di stilare delle patenti o dei registri di classe, per assolvere o premiare, glorificare i prescelti. “Per carità, siamo gli ultimi a voler affibbiare dei voti di buona condotta, delle pagelle -sarebbe pure ridicolo. Non c’è nulla di morale o di moralistico, in questa nostra ricerca, semmai proprio il contrario”. Ma i loro Santi, forse, sono proprio quelli più lontani al concetto classico di santità, di martirio, in odore di monito e merito pubblico. “Sono Santi” spiega Pizzigoni che “resistono alle lusinghe, alle scorciatoie, alle sirene dell’oggi, che negano il valore ubiquo dell’apparire, del mostrarsi a tutti i costi. Non si sottraggono all’obiettivo, ma in parte lo ricacciano”. “E’ ovvio che per noi colui che vuole apparire a tutti i costi od anche un pochino, non può essere un santo, certo che non lo è, e se è qualcuno che soffre, soffre senza parere, senza cercare medaglia”, probabilmente anche, senza bisogno di specchi, per ammirare il proprio ‘eroismo’. “E’ la dignità nella sofferenza o nella pazienza, che per noi conta, non la sofferenza e basta, sia chiaro”. Più che avere dei riflettori puntati addosso, se si scrutano bene queste figure ingigantite e spesso folgorate, risultano come possedere e diffondere una luce interiore rabbiosa, una forza combattuta e dirompente, che quasi cancella l’intorno, lo magnetizza, attorno alla calamita rovente degli occhi e della bocca. “Non si tratta d’un concetto perbenista, ancora una volta moralistico, ma proviamo ad immaginare una famiglia sterminata da fulmini e disastri, ebbene, se è ancora lì all’impiedi e combatte, senza lagnarsi o vacillare, dritta, sotto i colpi del destino, ma soprattutto senza cedere alle tentazioni del giustiziere vendicatore, in un viluppo aggressivo di risentimenti, o sotto il peso di reazioni spropositate, quella per noi rappresenta i santi, i salvati”. Lucidi ancora, e lucidati, sotto i colpi di flash ed i lampi della vita, miracolosamente ancora composti ed intatti, pronti a cancellare il rumore grigiastro dell’audience televisiva -uno dei termini più infausti della nostra post-contemporaneità. “Sì, in un mondo apparentemente vincente di mignotte, di simulacri televisivi, tutto apparenza e niente sostanza, quello che a noi interessava fermare nell’immagine possibilmente potente, era proprio questa ribellione comune ad un universo inteso come casting continuo, infinito, ove non c’è nulla da raccontare ma tu ti mostri lo stesso” e metti in luce, in fondo, il tuo buio luccicante (pensando a quel premonitore film di Hollywood, in cui la ragazza di campagna diventata famosa, per nulla, solo avendo l’accortezza di comprare un enorme appezzamento pubblicitario, ed ‘appiccicandoci’ il suo faccione di potenziale, promettente diva, “bevete più latte”). Mentre se ti capita d’entrare in un tram o scendere in una carrozza di métro, ti pare quasi di non vedere nulla, all’inizio, nulla che spicca o che si differenza, una polpa sfatta d’insoddisfazione e di rinuncia, pacchetti, sacchetti e fogli sfogliati di giornali smessi… anche se tu sai benissimo che se isolassi un volto, oppure un altro, ‘dietro’ e davanti, zavattinianamente, ci sarebbero milioni di storie da raccontare e da evidenziare. C’è un racconto magistrale di Cortazar, in cui in gioco narrativo non c’è altro che questo riflesso, sfiorarsi di fisionomie, che si specchiano per un attimo nei vetri di due metrò, in affronto, una breve sosta ed una possibile storia d’amore o d’amicizia che sfuma, in senso opposto, infinito. Davide: “In effetti, io ho un’immagine che mi perseguita, da sempre, di quando sono andato una volta a New York, e sono sceso nella metropolitana. Ebbene, quelle scale mobili che son lunghe chilometri, che sprofondano nel nulla animato, e nel frattempo incrociano tutti quelli, anonimi, che salgono, lentamente, non è vero che sono anonimi, tu ti confronti per pochi istanti con delle facce magnifiche nella loro non bellezza, impressionanti comunque, che hanno tutte della storie bellissime da raccontarti, ma non c’è tempo e tu stai scendendo e le perdi, e vorresti conoscerle, hai davvero la percezione fisica che hai di fronte dei romanzi che stanno passando e non li potrai leggere, ahimè, recuperare, mai: storia smarrite”. Ottanta, novanta metri di non conoscenza, ma carica di densità narrativa, di potenza romanzesca, che finisce di sprofondare nel buio della tua d’insoddisfazione. Ed è un simile tipo di ‘buio’, che questi grandi teleri della resistenza placcata, paion forare, con la forza del gesto incisivo, della stabilità centrata, nella solida asimmetria dell’accidente, che si fa fatale ed immutabile icona fotografica ‘rubata’. Quasi all’unisono: “Se già tu attraversi la strada, hai come l’impressione che ognuno abbia una storia meravigliosa da riservati, tutta per te, anche se al 90 per cento sarà una storia di sofferenza, di sconfitta, ed in effetti anche questa, della relativa casualità d’incontro, è stata per noi occasione importante, perché le persone che abbiamo ‘incontrate’ nel nostro lavoro, non le siamo certo andate a trovare, non le abbiamo richiamate con degli annunci sui giornali, venite a noi, i più santi, no, li abbiamo incrociati via via, dopo ch’è nata questa idea forte di fotografare secondo una certa idea”, una categoria dello spirito, quasi. Una ‘forma’ dell’esserci “gettati” quasi in accezione sartriana. E mi è difficile adesso non ricordare che Pizzigoni, per almeno due anni, precedenti a questo impegno comune, ha lavorato (con biffature, sbaffi, bavagli ed intarsi caparbi di materiali trovati, come a voler cancellare e ferire sadicamente una stabilità, apparente, da dover sradicare e vulnerare) a partire da dei prototipi storici decisivi e riconoscibili, quali quelli contenuti nell’atlante dei mestieri tedeschi, del grande metodico August Sander: ossessivo warburghiano del corpo professionale. Lattai, ceramisti, attori, lattonieri, cuochi, oculisti ed occultisti, maestre e contrabbassisti: una sorta d’enciclopedia sterminata ed interminabile dell’essere, e soprattutto dell’essere ‘impiegati’ del mondo, dove ad ogni giubba, o strumento, od occhiale, microscopio od eccentricità artistica (ci sono anche loro, i dandy travestiti) corrisponde un puntuale ‘eroismo’, ogni volta distinto, catalogato, sottolineato dall’accoppiamento ad oggetti e panoplie lavorativo: quello della musica, della campagna, della metallurgia, della chimica in ebollizione. Questa volta, con i Santi, il mestiere è diventato, esplicitamente, quello della Vita. E quali saranno allora i simboli manipolati qui, gli ‘oggetti’ del mestiere di questi Santi, isolati in una strana bolla di terribile vacanza della Vita, in queste tele che spesso sono posizionate a terra, come lugubri lapidi? Croci, tempeste di cavallette e di fiamme (sino a ricordare la Pentecoste di Vasari in Santa Croce) chiodi da stimmate, cilici sospettabili, sotto mantelli vampireschi? Ha senso leggervi degli omaggi artistici o della allusioni alle croci, per esempio, di Tapiès e Malevic, alle gabbie magnetiche e sfatte degli interni di Bacon, al Colosso delle Pinturas negras di Goya, che adesso ci dicono non essere più di Goya, oppure ai tubolari cappelloni d’autodafé, delle feste dionisiache della Spagna torquemadizzata? “Non ho pensato né a Malevic né a Tapiès, ma certo nella memoria d’un artista tutto questo è patrimonio incancellabile, anche se poi vuole opporsi o negarlo, ma è illusorio pensare di poter essere vergini di tutte queste immagini, che sono il nostro inevitabile repertorio mentale. Per quanto riguarda l’allusione a Bacon, nell’immagine dell’amica ‘catalogata’ come n. 2, c’è come un’inversione, secondo me. Se in Bacon il traliccio delimita uno spazio, in cui si dibatte una figura dilaniata dalla sofferenza, in questo caso è il contrario. Lei è come una forma pacificata nella sua estasi”. Ed allora, potremmo convenire che la schermante gabbia ‘alla Faraday” funzioni come da cornice-contenitore, che trattiene e tampona l’esplodere urlante delle carni, magari ‘fissando’ la figura in una sorta di cementificazione poncif, da immaginetta sacra -quasi si trattasse d’una trasparente teca da reliquia immolata? “Quella che in Bacon è una deformazione del corpo, qui diventa per me una deformazione dello spazio…”, o meglio, formazione dello spazio, anzi delimitazione di contenzione? “Sì, anche perché è lo spazio a deformarsi, non attraverso la corruzione della carne, ma dell’ambiente. Devo dire che oltre alla gabbie di Bacon avevo presente nella memoria anche quella tela di Magritte, che si chiama ‘Prospettiva: Madame di Récamier’, dove rifà il ritratto di David della Récamier, solo che al posto della bella fanciulla ci mette una solida bara, che ha la forma d’una figura umana distesa, anzi, seduta”. Certo, giocando anche con il doppio senso della poltrona impero Récamier, anche se devo ammettere che a questo non ero arrivato. Perché mentre tu alludi e forse pensi ad un fantasma d’idea ironica magrittiana, in realtà io non posso che guardare puro-visibilisticamente alle forme, e nella vostra immagine vedo piuttosto la trasparenza, senza vetri d’impaccio, d’una teca da Museo positivista-etnologico dell’Uomo, che non la dovizia dei particolari realistici, messi in gioco sarcasticamente, da Magritte: le borchie della bara marrone, le coccarde celebrative, il legno vistoso e le viti, da pompe funebri. Altrettanto, quel gesto estremo dei vostri Santi, che parrebbero estrarsi a fatica, tirandosi per i capelli, da un lago di piombo e di lacrime (com’è più che evidente, quasi programmatico, nel primo Gigante, che ci viene incontro, quasi il Sansone agonista di Milton, precipitato giù nell’abisso d’Inferno, visto che ormai ogni Paradiso è perduto) lo potremmo anche legare a certe iconografie di liquide terribilità della pittura, nel naufragio, dentro la pece bollente del ‘Giudizio Universale’.

“Il nostro non vuol essere un discorso né distruttivo, contro certe realtà di fede e nemmeno costruttivo, apologetico, non è un inno a qualcosa, attenzione, il nostro universo ha più a che fare con la musica di Mozart, che non con la Bibbia”. Spieghiamo: non il sacro tradizionale, confessionale, chiesastico, anche se ovunque, come frecce penitenziali, le frasi ‘confiteor’ si trovano, ritornano, navigano graffite sulla tela e si mostrano ben vistose, quasi degli slogan. Più persecutori che persuasivi, frasi-freccia e citazioni punteruolo, “Beatus vir”, “Jubilando venite, pargoli”, magari contornando le forme in un sagomato umano troppo umano, e su tutto “Dona eius requiem”, sono solo la pace ma anche il Requiem, perché appunto le frasi sono ricavate tutte, significativamente e senza eccezioni, dalle ‘Messe da Requiem’, di Mozart, Verdi, Berlioz, compreso il ‘Requiem Tedesco’ di Brahms, con qualcosa ancora di protestante, su cui dovremo tornare, e c’è pure un personaggio ritratto che è un’autorità anglicana. La ‘Messa dei Morti’ quale massimo comun denominatore, anche di un linguaggio comune, condiviso, pur nella scarsa fede di osservanti. “Sì, il latino d’un tempo, come l’inglese di oggi, lo dovevano conoscere tutti, e rispondere quasi meccanicamente, a questi che tu chiami ‘slogan sacri’. Ma attenzione, di nuovo: il nome di Dio, per esempio, non compare mai, perché non è la Divinità che noi vogliamo omaggiare o coinvolgere, ma il peso di dolore, che la Messa di Requiem porta con sé. Per cui abbiamo realizzato come uno slalom complicatissimo, per non cadere in frasi equivoche, celebrative, bigotte. Il ‘biblico’, passa per noi attraverso Mozart o Verdi. Non c’è un Dio, per queste nostre immagini, né avrebbe senso evocarlo…” Eppure qualcosa di terribile, di superno, da Antico Testamento, qualcosa che sa d’un Dio vindice, per dirla appunto con Verdi o Rossini, s’intravvede -non foss’altro per quella figura, molto michelangiolesca, sistinica quasi, dell’uomo barbuto, che insieme minaccia, e protegge il proprio capo, dalla caduta di chissà quali giulioromaneschi massi, in formato giganti. “La Sistina, forse sì, per certi versi. ‘Maledictis iudicavit’, può darsi. Qualcosa c’è, in effetti, di terribile, di minaccioso, di divino, nel senso che quello potrebbe anche essere uno Zeus barbuto o il dio-padrone degli ebrei”. Un Dio che si mimetizza, si deforma, s’inscatola, filtra attraverso feritoie sottili come lame, e talvolta si metamorfizza, come sotto le grinfie sarcastiche d’un freschista dell’anamorfosi, un Padre Pozzi delle smorfie e delle deformità, orsonwellesca infilata di specchi da luna park manierista, o di madonneri cretesi, abbeveratisi alla palude stirata di El Greco. “Certo, non mi dispiace il raffronto con i madonnari, o madonneri come dici tu. Dopo aver consegnato le immagini a Davide, io in effetti continuo a deformarle, a parcellizzarle, a storcerle, proprio come un madonnaro, sul marciapiedi, con i suoi gessetti, è da dove guardi, da dove ti metti, che la prospettiva prende una sua dimensione inusuale, creativa”. “Sì, altrettanto io mi riservo la libertà di tagliare, sezionare, infilare o strizzare queste figure, dentro le feritoie o i ritagli pittorici, che mi appaiono i più espressivi. Soprattutto perché risaltino i gesti potenziati di quelle che tu chiami, forse a ragione, divinità michelangiolesche. Anche se più che biblici, monoteistici, alla Mosè, questi non sono altro che gesti, pugni archetipici, che coinvolgono anche figure come Davide e Golia: la mano che getta il sasso e poi la ritrae, o rimane ferma nell’aria”. A sottolineare sempre quest’aspetto oppressivo, d’illusionismo d’affresco, di sotto-in su minaccioso, da quadratura crollante. Schiacciamento dell’espressione e della tensione muscolare. “Perché non possiamo certo sottrarci a questo incubo persecutorio del complesso di colpa cattolico, della sofferenza atavica, cui non si può sfuggire, e diciamo cattolica, perché in altre religioni quest’imposizione non s’avverte, pensiamo alla cultura zen o buddista, che quel senso di peso non lo sente o lo rifiuta da principio, riflettiamo a certi Buddha sorridenti e pacifici, che allargano ed alleggeriscono la prospettiva di certi templi orientali. Per questo abbiamo deciso di usare la cera, una cera vissuta, simbolica del dolore, che è qualcosa di più di un espediente pittorico”. La cera, che come una cascata improvvisa prorompe fuori dalle mascelle urlanti d’un personaggio, che tiene disperato le mani fra i capelli, come per impedire al cervello di esplodere, e par riversare a terra, vomitante, tutto l’orrore del mondo -in questa eruzione violenta e solida di cera polimaterica, che allaga la tela, la gonfia e la rende lebbrosa. E certo non si tratta d’un gioco superficiale, solo cromatico, post-futurista, alla Prampolini. Fabrizio: “Sì, ho avuto quest’idea di farmi spedire da Gerusalemme, direttamente dal Santo Sepolcro, e ho chiesto l’aiuto d’un amico che è a diretto contatto con quei luoghi sacri, la cera usata dai fedeli per chiedere aiuto e miracoli propiziatori, una cera impregnata di sofferenza e di speranza. Lo trovo un messaggio importante, dirompente, questo, d’una materia portatrice, impregnata di dolore e di aspettative, una materia che va al di là della stessa materia, un colore che è più simbolico, che non cromatico. Ci è parsa un’idea nuova, diversa da quella d’un celebre artista cinese, che usa la cenere dell’incenso, per realizzare i suoi quadri. Lì è diverso, l’incenso, il fumo, lo svaporare della fede, la cenere è volatile, è qualcosa che si dematerializza davanti ai nostri occhi e ci parla d’una perdita, la nostra cera, invece, è quanto mai presente e tangibile, materica. Molto mimetica alla nostra idea di non-religione”. Idea del sacro, che però ritorna, sotto mentite spoglie. Anche in questa forte ideologia, potremmo chiamarla, d’un gigantismo assai inconsueto, entro questa nostra cultura minimalista-concettual-postmoderna, che talvolta sfrutta il poco, o che esce dai contorni della figura. Ma appunto: analizziamo un po’ alcuni elementi iconografici, che non sono trascurabili, nel lavoro di Bergamo & Pizzigoni. Per esempio questa sorta di fitta pioggia di fuoco, o di apocalittiche cavallette oroeargento, che investe i vari personaggi, i quali a stento riescono a difendersene, con barocche gestualità melodrammatiche. O la stellare caduta di frecce e punzoni, che convergono tutte verso l’afasia vulnerata, anzi, l’afonicità di tante bocche trafitte ed offese? “Hanno la bocca trafitta, perché i santi di oggi sono impediti di parlare. Non è che non abbiano parole, per protestare o gridare, ma è come se nessuno li volesse ascoltare”. Non sono dunque sintonizzati ai cinque minuti di gloria warholiana del ‘passaggio’ televisivo, “alle vuote sirene del video, certo, nessuno li ascolta né li vuole sentire”. Sono come sepolti dalla tempesta di frecce vulneranti e di proiettili-insulto ma rilucono della loro caparbia protesta, con l’essere ancora in scena, non-vinti. “Il lavoro sui Santi deriva infatti dalla sensazione dell’afasia. Ma il problema non è di non avere parole, ma di esserne impediti. E’ di nuovo il problema della nostra Chiesa cattolica, in fondo, diversa da quella orientale, che ti costringe ad una parola controllata, pilotata, vigilata, che deve sempre esser vidimata dalla confessione, dall’auscultazione continua, dal controllo morale dall’alto. Quasi una psicoanalisi antelitteram. E poi, alla fine, ti suona il Te Deum e ti assolve… ma che cosa spaventosa e soffocante, e così ancora una volta tu sei costretto a confessare e raccontare tutto quello che ti sta nell’interiorità e passare comunque sotto a queste scomode forche caudine”. Così anche gli occhi feriti e rabbiosi del Santo numero 9, diventano esplosive forche caudine, attraverso cui far passare questa consapevolezza d’una condanna che scende dall’alto, come una mano benedicente. “Sono occhi continuamente feriti, al punto che non li puoi più guardare, perché lì non c’è altro che disperazione. Gli occhi e la bocca sono gli unici modi che noi abbiano di comunicare. Ma si possono spegnere, anche, gli occhi e la presenza di tanto filo spinato, che contorna l’altra figura femminile, sta proprio a sottolineare questa prigionia, questo livello di progressiva chiusura. Siamo prigionieri delle convenzioni, imprigionati da quello che ci circonda, impossibilitati ad esser nomali, non riusciamo più ad esser noi stessi, ed è questo che genera afasia: l’impossibilità di essere ascoltati. La cera venuta da Gerusalemme, dalla Terra Promessa, significa anche questo: ti riempiono la bocca con qualcosa che sembra volerti uccidere, e tu non hai altro da fare che vomitare tutto fuori, rimettere al mondo. Un vomito che insieme ti soffoca e ti libera, strozzandoti”. Infatti, talvolta, da questo peso, questo rifiuto, sembra sorgere come un barlume di leggerezza, un sentore d’alba, di luce alitante. Colei che riceve le frecce addosso, contro, come un San Sebastiano remissivo, ad un certo punto si ribella, e le forme oppressive si ribaltano, saltano al cielo. Anche la giapponese dallo sguardo estatico, quasi serafico, trasforma la fremente colata di frecce, a spina di cactus, in una sorta di panoplia leonardesca tesa a volare, pronta ad evadere dal suo riquadro claustrofobo. “In fondo sì, le frecce sono come delle ali, che le permettono di rinascere. La pioggia di frecce diventa paradossalmente un’ala, un’ala piumata, per risollevarsi, diventa un paradossale mezzo di libertà fisica, in effetti sono frecce che non colpiscono delle parti vitali, si annidano tra le braccia e le consentono di tornare ad essere un’Icaro, se vogliamo cercare a tutti i costi dei significati”.

Appunto: non è che stiamo attribuendo eccessiva simbologia, a queste immagini, che dovrebbero levitare senza troppa grevità interpretante? O la cercate proprio, questa immediatezza di lettura critico-simbolica? “Una bella domanda. No, in effetti. Meglio seminar dubbi, che non veicolare messaggi certi, univoci. L’interpretazione, in realtà, la lasciamo allo spettatore, non vogliamo condizionarlo con messaggi simbolici troppo evidenti, ma non potevamo fare a meno di mescolarci con dei simboli che tutti riconoscono, come la croce o le frecce”. Santi sì, laici. Ma santi.

I SANTI SIAMO NOI

Di Mario Giusti

Dies irae, dies illa solvet saeclum in favilla
(Giorno d’ira, quel giorno distruggerà il mondo nel fuoco, dal Requiem)

Uno dei paradossi dell’epoca della globalizzazione, che suona come una condanna, è quanto si sia ristretto il perimetro delle emozioni: siamo fagocitati in un’esposizione universale multi mediatica del tutto, a cui è impossibile sottrarsi.
Quest’evoluzione contemporanea del GF orwelliano, che si è resa indispensabile, ci ha drogati impadronendosi di ogni espressione dei nostri sensi, ed estendendo il suo dominio grazie ai newmedia, che hanno la pretesa di presentare il mondo controllandoci diligentemente, in ogni luogo. Ha saputo costruire una visione globale che, come tutte le droghe pesanti, a lungo andare ma con tempi immensamente più accelerati della normale evoluzione umana, ci sta fottendo il cervello.
Ma quando la vita ci chiama per un esame difficile, dove in gioco c’è il muscolo del cuore con tutto quello che la tradizione millenaria del racconto ha saputo metterci dentro, a nulla serve la “modernità” iperconnessa: allora si alzano all’universo gli occhi, le mani o i pugni, per impotenza e rabbia, consci che non arriverà “… la valida man dal cielo..”.
E, inevitabilmente, siamo sospinti verso il dubbio. Per piombare poi nella dolorosa consapevolezza della inconsistenza di dio, resa evidente dal faticoso accorgersi che il suo contrario, l’esistenza divina e il suo manifestarsi, non dovrebbe permettere il nostro soffrire.
Così, impossibilitati a sottrarci al dolore, accettiamo che all’arte sia demandata l’opera di trasfigurare “l’ imbroglio di credere”.

Detto questo un giorno ti capita l’inatteso: inciampi nel lavoro artistico che, da ben due anni, due amici, Bergamo fotografocuocoarrabbiatoosservatore e Pizzigoni architettopittorescenografofotografodesigner, stanno elaborando, mischiando ed unendo i loro due talenti. Ed ecco lì, immense, le tele, che raccontano ciò che i due hanno in animo di urlarci addosso: lo sdegno verso il limite insopportabile raggiunto dalle nostre vite. Di più, ci consegnano queste tele come rappresentazione non rassegnata di un genere umano stritolato dalle piccole grandi battaglie che ogni giorno ne segnano il fronte di guerra: una trincea lacerata da culti- tribù- -razze- partiti- mutui- vendette- pettegolezzi, quasi non ne avessimo a sufficienza della degenerazione della carne e del male di vivere, “democraticamente sparso dal cielo”.

A parole Santi è inspiegabile, lo dico subito. Perché puoi scivolare pericolosamente verso l’affermazione di Thomas Mann, che vedeva l’arte non come una forza, ma alla stregua di semplice consolazione; e siccome non tollero questo rischio e temo fortemente i fulmini di quello Zeus gigantesco che per primo mi ha riempito gli occhi nell’incontrare le opere di Bergamo&Pizzigoni, dirò subito che mai come in questo caso le opere vanno viste.
Quindi, ho semplicemente pensato che dovesse finire lo strano caso che li aveva trattenuti nel limitato confine delle stanze dei loro studi, parlando a pochissimi della loro avventura, quasi gelosi della visione altrui. Questi Santi ci servono… ed ecco in arrivo, l’11.11.11, la loro prima mostra assieme.

Se di questi Santi vogliamo parlare è buona cosa discostarsi dal sacro come simbolo e dalla sacralità come gesto: dalla visione obbligata che l’iconografia religiosa si porta sempre appresso come un impasto rituale di storie, cabala, mitologia, alchimia.
Infatti il bello è che i nostri non ne vogliono sapere: sacro non vuol dire dipingere christi e madonne…
Anzi la loro arte è di una modernità assoluta proprio perché è lontanissima da quanto la tradizione e l’attualità ci impongono, quando pensiamo all’iconografia del sacro. Bergamo&Pizzigoni hanno lavorato nello spazio che si allarga nelle contraddizioni stesse delle immagini che ci arrivano. Queste, dolorosamente, espresse dalle parole, dagli spergiuri: la lontananza abissale tra il giusto e l’ingiusto, la sofferenza e lo sperpero, la sopportazione e la dissipazione che loro invece colgono.

Paff…! Cancellata o messa da parte questa zavorra mediatico emotiva, si sono concentrati nella semplicità disarmante e anacronistica, per questo potentissima, della riconquista del tratto fondamentale del lavoro artistico: come dice Fumaroli, “l’aspetto manuale del processo creativo”, il rapporto diretto e fisico della creazione, oggi sostituita dalla produzione tecnologica, seriale, industriale, che finisce per accomunare l’opera al feticcio, alla merce, al prodotto pubblicitario.
Bergamo&Pizzigoni forse non si sono resi conto fino in fondo di quanto siano rivoluzionari oggi i loro quadri, che fanno del rispetto della fatica di vivere un imperativo narrato: si resta ipnotizzati dallo scatto fotografico magistralmente interpretato con potenza cromatica dal tratto pittorico. Una vera catechesi laica pittorica dell’uomo, che loro, con una violenta semplicità interpretativa, raccontano così: i Santi oggi siamo noi…..

Dona Nobis Pacem, Dacci la Pace: dal Requiem, conosciuto come rito cattolico e prestato anche ad altri cerimoniali religiosi, Bergamo&Pizzigoni scelgono alcuni testi che circumnavigano le loro opere, non a commento delle stesse, ma per vivificarne la contraddizione tra la fissità di una liturgia immutabile e la libertà cercata dai personaggi delle tele.
Sacro e profano si mischiano, dunque, e decolorano in nuovi significati, oltre le interpretazioni
di Mozart o Haendel, per prendere corpo nel tentativo di affidare l’urlo del mondo alle persone che lo abitano.
Cercano solo in quel tratto, quelle didascalie-nenie (jubilando venite pargoli… ad portam venite populi…), un rapporto col passato, certi che Balthasar non potrà fare magie nè insegnare trucchi che aiutino a trovar pace: la più importante delle invocazioni!
“… Nella sofferta agiografia della vita quotidiana, Santi siamo tutti noi, chiamati, in tempi tormentati e tormentosi, ad assumerci il carico delle nostre esistenze…” così scrivono Fabrizio&Davide per descrivere la loro ISKRA’ etica e quelle persone dentro i quadri, vere e presenti, si chiamano Guido, Mariagrazia, Emanuele, Ayako, Claudio, Walter.
Nelle opere appaiono come numeri perché il nome non conta quanto l’universalità della maledizione del dolore che esprimono, fulminati dall’obiettivo di Bergamo, come dalla cenere di Pompei.
Questi Santi capaci di trasfigurare nei loro volti le sofferenze “normali” di tutti noi, non si abbandonano a inutili promesse redentive. Muti, sfiorando l’impotenza, danno voce al buco nero della rabbia mista al dolore. Ed ecco dunque la mano di Pizzigoni, che affida ai colori metallici come l’acciaio, alle fusioni del rame, dell’oro e del bronzo, il racconto della forza e del tormento del vivere quotidiano; ecco l’uso di espedienti narrativi come il filo spinato o le frecce-ali, non per citazionismo intellettuale ma per dar corpo all’epica contemporanea del soffrire.
“…I chiodi, le frecce, la cera incandescente, le croci di tortura sono gli stessi segni senza tempo di cui si sono impossessate le religioni per autorizzare l’ingresso rapido al paradiso.
Perché la trasfigurazione annulla i limiti, i confini personali, quelli angusti delle piccole vite, e proietta verso le grandi dimensioni….”

E gli sguardi? Guardando negli occhi questi umani-santi, capisci perché le opere di Bergamo&Pizzigoni abbiano queste dimensioni giganti: servono per ipnotizzare noi spettatori. Un gioco, mi sembra, perfettamente riuscito: le poche persone che hanno avuto accesso alle tele non danno pareri… esprimono sensazioni. Una fra tutte: veramente non me l’aspettavo!
Tutto, dunque, qui si fa potentemente umano, finalmente!

E per finire, come se mancasse ancora un pezzo alla strada che avevano in mente, ecco una sorta di “coup de théatre”, qualcosa di intensamente straordinario: s’inventano un capitolo dell’esposizione, il 2°, chiamato Cere.
Qui la dimensione è più raccolta, un semplice metro quadro di volto familiare che ha sembianze note, assomiglia a… e l’album dei pixel cerebrali si mette in moto e ci porta fino a un Pirandello nell’uno nessuno centomila… meglio dirlo invece, appartiene ad un religioso avvezzo alla carità,
qui interpretato 7 volte da ruggine, chiodi, disegni e colori aiutati dalla cera che diventa un mezzo espressivo vivo, carico della sua precedente vita.

È interessante ed unico lo spirito avventuroso, un materialismo mistico, che porta gli artisti alla scelta della cera, in questo tratto del loro lavoro, se possibile ancora più umano.
Un gesto che, infilandosi nella tradizione simbolica tracciata nei secoli da milioni di fedeli di santa madre chiesa, la desacralizza, per smascherarne l’inevitabile riduzione mercantile- facili promesse da imbonitore.
Ma non è a questo che guardano i due artisti. La cera è, per loro, la scelta di una materia naturale e millenaria, assurta a simbolo della passione in molte religioni, votiva e confidente perché raccoglie attese di liberazione dal dolore, di sottomissione all’ignoto ma soprattutto di speranza: dove la cera si consuma l’uomo guarda verso l’alto e in quella piccola fiamma ritrova la scintilla primordiale, il fuoco della vita. Quindi nulla di sacro ma materia viva per una storia, sia essa una pioggia infuocata o una bocca cucita e privata della parola.

C’è una sorta di misticismo moderno, etico, in queste opere, un sentire laico che approccia il sacro, senza sottomettervisi: sapere che la cera che le compone viene dal Santo Sepolcro di Gerusalemme, il luogo simbolo della religione cristiana, il luogo dove milioni di fedeli nei secoli hanno depositato le loro preghiere, le loro speranze, i loro desideri, attraverso il gesto votivo e simbolico di una candela che si accende e si consuma, così come i nostri destini, non può che regalare a queste opere un significato profondo.
Il gesto di Bergamo&Pizzigoni di raccogliere il frutto vivo di quelle migliaia di candele consumate, con tutta la vita che contengono, rende all’arte ciò che il marketing tenta di rubarle.
Lascia il gesto per il gesto e chiama a riflettere l’umanità, quella vera, quella che siamo.

Ecco perché ho sentito, al di là dei legami amicali e affettivi, quest’opera corale alzare la sua voce da un’abside prigione e pretendere di essere conosciuta, frequentata, tenuta in casa, nei giornali, nei musei, nei consigli d’amministrazione, nelle tende dei soldati, nei quartier generali della droga, della politica, della mafia, della cultura, del lavoro… e non usata da circoli di cicisbei snob.
Ecco perché Bergamo&Pizzigoni sono importanti: ci dicono che tutto quel vivere di difficoltà, di ingiuria, potere e prevaricazione, degrado e malattia che rappresenta il quotidiano di tutti noi, è come una pila atomica che darà energia alla nostra battaglia per la sopravvivenza. Si avvertono anche santi&potenti burattinai, che, di fianco alla rassegnazione, cammina sempre la forza di Spartacus.
I santi oggi siamo noi.