Le facce. Di Franco Bolelli

Confesso di non aver mai provato la minima attrazione per quelle immagini che mostrano paesaggi, oggetti, forme inanimate. Mi interessano e mi appassionano gli esseri umani, e degli esseri umani più di tutto mi interessano le facce, mi appassionano le facce. Mi succede anche su Facebook, che fondandosi sull’esposizione delle nostre facce, sulla loro autenticità, ha spazzato via quella odiosa moda che –dall’insopportabile Baudrillard fino al colossale bluff di second life- teorizzava la finzione, la simulazione, il nascondersi dietro identità fittizie. Figuriamoci allora quanto mi colpiscono questi Volti di Fabrizio Bergamo. Innanzitutto perché in queste sue opere lui cattura ed evidenzia –molto al di là della pura estetica- la vita che c’è in una faccia. E poi perché questi Volti ci raccontano tutto sul tempo e sull’età e sulla stessa essenza umana. Le facce che Fabrizio mette in scena hanno –non si scappa- un’età: ma nello stesso tempo la loro età non coincide affatto con quella piattamente anagrafica, perché è come se contenessero tutte le età insieme, l’intero percorso vitale delle persone fotografate, il qui&ora e l’al di là del tempo, e tutte le esperienze, i lampi, i segni, la forze e le fragilità, i tormenti e le estasi che ci sono voluti per fare di una persona e di una faccia quello che sono. Questi quintessenziali Volti sono come devono essere, come non possono non essere. Fabrizio ne mostra la straordinarietà per nulla strana, la forza e il suo lato oscuro inseparabili, necessari, vitali.

L’oscurità illuminata. Di Mario Giusti

Nell’epoca in cui tutto è talmente da vedere che ha stancato tutti, fare il fotografo di professione è una vera avventura. Come un viaggio in Africa nell’800: il pericolo è perdersi con l’aggravante dell’essere dimenticato.
Se poi, mettiamo negli ultimi vent’anni, lo stesso fotografo non si accontenta più ma, seguendo una prepotente scintilla emotiva, vuole superare il limite della sua ripetitività professionale e “fare l’artista”… be’, il pericolo aumenta a dismisura rischiando di divenire una terribile banalità!
La democrazia dell’immagine, il suo realizzarsi di massa attraverso la tecnologia ed i contenitori di performance caserecce, i social network, ha stroncato la cultura del vedere quasi irrimediabilmente: infatti la tendenza è al peggio.
Poi, un bel giorno, ti capita di inciampare in quegli strani casi di redenzione affidata all’arte, che l’uomo riesce ad inventarsi nei momenti più bui e difficili del suo percorso sulla terra: ne avevamo già avuto un assaggio con i dieci ritratti presenti a dicembre, c/o la galleria HQ-HEADQUARTER a Milano, nella collettiva PICKS, IN-COMPLETO.
Davanti alla sua “quadreria” indemoniata, scossa da assenza di ordine e linearità, sembrava di vivere un’originale descrizione dell’istante.
Per dirla con Vladimir Jankélevich: “… Il tempo come istante è occasione di creazione conoscitiva, morale, ed artistica.”
Sintesi perfetta della ricerca di Bergamo per creare l’enciclopedia dei volti, dal dolore per antonomasia della Sindone ai ritratti di avventurosi interpreti dell’arte fino alla gente qualunque dove lui ha trovato la scintilla: il carattere multiforme e plurivalente della realtà.
È una strana sensazione, che ti cattura quando incontri dal vivo i Volti di Fabrizio Bergamo.
Persone, artisti e fiori, questi ultimi vissuti come volto gentile della vita. Ritratti, e cornici scure, legnose, materiche, antiche, a racchiudere un nero profondo.
Non un colore, si badi bene, piuttosto una dimensione che, mano a mano che ti avvicini, prende forma nei giochi dell’ombra, acquisisce quella tridimensionalità che solo l’intenso magico di un ritratto si porta dietro.
Allora non capisci più cosa hai davanti, se una citazione pittorica straordinaria, quasi la rinascita di un caravaggismo contemporaneo o… cosa? E qui succede il fatto straordinario: il ritratto ti rapisce, quel che non vedi perché nascosto dall’uso sapiente degli scuri, ti arriva come intuizione o stimolo visivo fantastico.
Gli occhi funzionano come se odorassero, sentissero, toccassero e formassero una visione sensoria, magica.
Bergamo ci prende per mano e ci porta nella sua dimensione, dove l’oscurità è illuminata, dove l’eterno sacro ed il profano si incontrano.
Si intuisce il lavoro che l’artista sta facendo sulla trasfigurazione simbolica dell’uomo, prendendo spunto anche dalla sacra Sindone.
Talmente curioso da creare un rapporto formale e narrativo, non un conflitto: è l’incontro del bene ed il male non come nemici ma come parti della natura umana.
Tutto il lavoro drammatico sulla luce che ha fatto Bergamo ci porta a vedere una sintonia con l’opera del Merisi da Caravaggio.
C’è un combinato fisico ed emotivo che, grazie anche all’originale procedimento di creazione delle sue opere, conferisce loro una vera unicità.